27 Feb 2014

20 Giugno 2006



Concorso letterario di Terre di Mezzo 
Tema: “Folgorazioni”


KOYAANISQUATSI


Tra tre anni penso”, aveva calcolato. Questo di biglietto lo avevano comprato gli organizzatori della mostra a Lisbona. Era un’estimazione realista, un po’ orgogliosa nel tono,  che metteva il puntino sulla i e negava la breve angoscia, a lei non sfuggita, passata in fretta nei suoi occhi teneri. 

Non era minimamente preoccupata per lui. Aveva 20 anni, viveva oltre oceano in una citta’ celebre per i suoi comici neologisti, gli parlava di Toccafondo, Tati e dei Wu Ming e sapeva guardare una ragazza che fà la bella. Non era preoccupata per lui. 
Koyaanisquatsi: 1. Vita folle 

Neanche Mauro si era preoccupato per lei. La chiamava principessa e la diceva matta, con affetto, ironia ed un po’ d’apprensione a volte. Era di quelle ragazze che si lasciano con leggero sollievo, augurandole tutto l’amore del mondo. Il mondo... Aveva pensato di sentirne l’intera passione l’estate scorsa, l’intero scambio, rovente, bollente, senza fine ed in continua trasformazione. L’eterno conflitto l’aveva attraversata dai capelli ai talloni, trafiggendole gli occhi e riempendole la gola, rendendola muta. Muta come un pesce, come quegli ambigui ambigui pesci che aveva amato tanto. Abbastanza da non vedergli le branchie innerite e forse troppo per non pensare ora che l’avevano tradita.  Carloburgo era in effervescenza a Luglio. In quel mese la città stendeva e dilattava il tessuto arteriale delle sue salite e discese per riuscire ad assimilare le migliaia di visitatori a caccia di cultura ed il battaglione di chi il pubblico se lo sceglie per professione. Camerieri, giocolieri, cuochi e scrittori, parolanti e giullari di tutte le sorte, tamburellisti ambulanti, luministi ed illuminati, elettricisti ed elettrizzati, donne, uomini e ragazzi assetati di birra ed affamati di contatto. Sarebbe rimasta un mese, forse di più, forse si sarebbe fermata lì per un po’, avrebbe deciso più tardi. Tutto si era risolto così in fretta. Non aveva più sopportato le strade di Brodo dipinte con l’ombra di Mauro, aveva trovato lavoro a Carloburgo, ed era partita.

L’autobus era stracolmo. Gente che tornava dal lavoro, ragazze con i pantaloni di nylon neri e le camicie bianche, i capelli di davanti piu corti che sfuggivano alla coda di cavallo allentatasi durante la giornata, uomini con l’occhio lucidato dall’alcol già preso o ancora da prendere, donne dalla pelle fiacca e lo sguardo rigido. Un gruppo di americane provinciali raccontava con entusiasmo la giornata alla capo gruppo, forse erano ballerine, anche se non ne avevano il fisico, attrici piuttosto, pensò. Si era seduta accanto ad un pakistanese di una trentina d’anni col quale aveva cominciato a chiacchierare, con l’accento raspo non suo, schiarendosi cosî dietro il bancone, là dove si sfotte chiaro. “Mmm.. E ti piace?

-Si mi piace Brodo, ci abito da due anni. E’ la prima volta che vengo a Carloburgo per il festival. -Beh, qui è molto diverso..” Gli aveva detto con il sorriso curvo di uno sconosciuto che ti crede persa. “Lo sò”, aveva risposto lei. Le due città rivali per abitudine e folkloro ormai, parlavano, vivevano e ridevano in modo diverso. La ginnastica esistenziale che caratterizzava la città una volta industriale si opponeva all’orgoglio posato e distante della capitale. Elena, Mauro ed i loro amici erano frutti di Brodo, delle sue notti selvaggie e senza vergogna. I suoi gatti randagi bagnati ed infreddoliti l’avevano adottata ed amata perchè non si era lasciata spiazzare, perche’ gli aveva regalato affetto senza porre domande, tanto quanto ne avevano bisogno, tanto.

Koyaanisquatsi: 2. Vita in fermento 

L’incontro col polacco un paio di ore prima l’aveva perturbata. Stava passeggiando sul porto lasciando curricula a qualche ristorante quando aveva notato un ragazzo alto ed elastico che entrava ed usciva dai locali anche lui, che di tanto in tanto si voltava a guardarla. Risalendo le scale di uno scantinato se l’era ritrovato davanti, gli chiese di poterla fotografare. Avevano simpatizzato, e camminare da sconosciuti col sole che tramontava sui loro entusiasmi era sembrato così piacevole per un po’. Ma le era difficile sostenere un dialogo per più di qualche battuta senza essere subito assalita dal sentimento di inciampare e di sgretolare sotto la punta pesante del piede quel cristallino che bisogna saper passare per conversare. Il cielo si era fatto sempre più scuro, finendo per scaricare su di loro la rabbia di un incontro spezzato, e a lei che tentava disperatamente di vedere nei suoi occhi l’ombra di un’ approvazione, lui rispose mostrandole semplicemente la macchietta nera che le era apparsa sul dito. Bagnati e stanchi, si erano lasciati all’incrocio di due strade augurandosi buona fortuna. “Ecco il policlinico”, le disse il dottore. Scendeva lì.  Il numero 11 era una porta blu. La spinse e salì al quarto piano; era un po’ tardi, più tardi dell’orario che avevano stabilito la mattina al telefono. Il ragazzo le venne ad aprire e le strinse la mano. Era magrolino, i capelli chiari e morbidi, un po’ a spazzola. Si sedettero in cucina dove lui stava guardando la televisione. Gli propose una tazza di tè. “ Così sei un’amica di Mario? -Si beh, non lo conosco poi così bene, ci apprezziamo molto.. Quando ha saputo che sarei venuta a lavorare a Carloburgo mi ha detto di Francesco che era partito in America per un mese lasciando la stanza libera.. -Mm, io non sapevo del tuo arrivo fino ad oggi quando hai chiamato.. Andrea e Claudio tornano tra un paio di giorni e avevano dimenticato di avertirmi.. -Ah.. Scusa, -Non ci sono mica problemi. -è vero che è successo tutto così in fretta, -Figurati, siamo più che felici di accogliere un’amica di Mario. ” Aveva cominciato a parlargli con un po’ di fretta, mollegiando il corpo e le braccia, girando spesso la testa e guardandolo solo di tanto in tanto con un sorriso e uno sguardo un tantino malizioso, creando quella sorta di ballo che aveva visto spesso fare ad Anna. Lui la guardava di lato, un po’ scettico eppure inquisitore dietro le ciglia cotonate da bambino.   “ La stanza è questa, io vado a letto, domani mi alzo presto. Piacere di averti conosciuta, dormi bene. -Grazie, anche tu.”

Sul letto c’era una lettera: 

Ciao Carla!

Benvenuta a casa nostra! Spero andrai d’accordo con i ragazzi e che te la spasserai durante questo folle mese a Carloburgo. Io torno il 6 agosto per poi ripartire per la Croazia, spero di incontrarti allora..

Puoi usare internet e lo stereo  quando vuoi ma non toccare NIENT’ALTRO, mi raccomando, sarò esigente su questo punto. 

Salutami tanto Marietto,

Bacioni e a presto spero, Franz  XX 

La stanza era ampia. Libri erano sparsi un po’ ovunque, poesie, un romanzo: “ La vittima”, un enciclopedia con degli appunti... I rami di una quercia altissima dall’altra parte della strada sfioravano di tanto in tanto il vetro dell’ampia finestra senza tende. Avrebbe potuto farsi dondolare.. Si sedette sul letto. Sopra la scrivania era attacata una tela di una faccia baffuta che fumava la pipa con mille dettagli e colori. Appoggiando la testa sul cuscino vide tra i battiti delle palpebre il poster di una mostra con un uomo che cadeva.. Si addormentò. 

Koyaanisquatsi: 3. Vita sbilanciata 

Era il terzo giorno che andava al centro. Si erano distribuiti le ore di permanenza tra loro per poter vedere il più gran numero di film possibile. Faceva caldo, Marte continuava ad avvicinarsi alla terra come non aveva fatto da anni. I polpacci le si stringevano per l’andatura rapida. Attraversare il parco stava diventando altrettanto difficile che prendere l’autobus. C’era sempre qualcuno pronto a lanciarle un rimprovero. Era troppo debole. Quando riusciva a sopraffare la paura era l’orgoglio a rispedirla tra i dannati. Stringeva il pass nella mano sudata mormorando al ritmo dei sandali sul’asfalto. Spinse la porta di vetro. La spagnola era al suo posto. Gli sorrise. “Ciao, come va? -Bene. C’è un caldo fuori.. -Si, hai visto, l’uragano in America stà prendendo sempre piu forza.. Trasalì leggermente. -Si..” Perchè glielo diceva così? Non sapeva forse che stava facendo di tutto per evitare la catastrofe? Non era forse dalla sua parte lei? “Beh allora io vado. Voglio beccare il film Iraniano. Se arriverò abbastanza presto non potranno rifiutarmi il biglietto. Non ne posso più di queste preferenze.. E ingiusto, non trovi? -Si.. Eccome.” Non ne poteva piu di quell’aula vetrata che puzzava di lucido d’acciao. La spagnola stava risalendo il marciapiede verso il cinema centrale. Neanche di lei si poteva fidare. Parlavano tutti in codice, come fosse un gioco, tutti sembravano mettersi alla prova a vicenda. Non potevano essere così crudeli da far sì che quell’occhio terrificante continuasse a rinforzarsi, non potevano lasciare che accadesse la strage. Il vento si era alzato di nuovo ed il cielo era nero. 

Koyaanisquatsi: 4. Vita in disintegrazione 

E’ tutto pronto per questa sera allora?” Un uomo si era avvicinato al bancone senza che lei se ne accorgesse. “ Mi scusi? -E tutto pronto per questa sera? ” Le chiese di nuovo l’uomo, con voce severa e scocciata. -Non sò.. Non capisco..” Si alzo dalla sedia alta, nervosa ed impaurita. Il vento gettava sul vetro le prime goccie. “ E quindi non mi puo’ aiutare? -Ma non lo so.. Ci sto’ prov... ” Le si era chiusa la gola. L’unica soluzione era arrendersi agli scienziati, loro avrebbero saputo come canalizzare quest... Fuori pioveva a dirotto di nuovo. L’uomo girò i talloni e si diresse verso la porta. Aprendola con difficoltà per il vento, si voltò di colpo e la interpellò un’ultima volta con odio: “Potresti almeno occuparti del tempo! ” La porta sbatte’ dietro di lui mentre lei stava là immobile, ma allora lo sapevano tutti veramente.. Preferiva essere esclusa a vita, bisognava finirne in fretta. “ Ti posso offrire un caffe’? ” Lo guardò attentamente. Era alto, e teneva la spalla sinistra un po’ più avanti dell’altra, come per mandarle meglio la domanda. Dietro le lunghe ciglia aveva lo sguardo calmo e deciso. “ Si. ” Le prese la mano e la tirò fuori. Risalirono la strada scura e bagnata correndo, sù, sù fino ai soppalchi della scena della piazza centrale. Si misero al riparo. Con una mano le teneva la testa appoggiata sul petto, il fruscio del suo palmo le avvolse l’orecchio. Il respiro profondo senza sforzo si dilatò sfiorando poco a poco tutto quello che li circondava. Guardava i cento tetti della città dietro di lui rialzarsi dopo la tempesta, pronti a specchiarsi all’infinito nei raggi del sole di Luglio. Una coppia anziana si scambiava frasi di yoga con gesti aperti e precisi. Quasi fossero lì da secoli.. Al largo, una nuvola sembrava avere messo le vele. Sentì le sue dita di nuovo strette dal suo pugno caldo. Tornarono in strada. 

Koyaanisquatsi: 5. Vita in bisogno di mutamento